l'Art du Déplacement
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cronaca

NAIF

Un ragazzo poco furbo dice di aver preso degli anti-infiammatori prima di una competizione e gli cade il cielo sulla testa…

Certo, eticamente non è il massimo, ma non credo che il ragazzo sia cattivo. Cretino forse, ingenuo di sicuro. Per forza devi essere naif per dire che prendi anti-infiammatori prima di una competizione organizzata dalla FIG (Federazione Internazionale Ginnastica). Certo tutta la comunità ti salta addosso.

Già la competizione divide, con una maggioranza contro, ma la competizione supportata dalla FIG… Te li cerchi proprio i problemi nella vita se, per di più, confessi di tenere il dolore sotto controllo grazie alle medicine.

Sono contrario alla competizione per l’arresa alla facilità che rappresenta, per la totale assenza d’immaginazione. Per la banalità del concetto presente in tutti gli aspetti della nostra vita, a partire dalla nostra nascita. E dalla nascita del mondo. Ma non la combatto; come sempre, combatto per le cose in cui credo, cosa che già divora un sacco di energia.

Ma chi la combatte deve essere coerente. Non esiste un buono o un cattivo “contest” come non esiste una pista o un palco più raccomandabile. La competizione rimane la competizione. Serve un numero uno, serve d’imporre la propria forza sugli altri. Non la si può condividere.

Sono contrario a quello che sta facendo la FIG, una vera aggressione nei confronti di chi si allena da anni e promuove la disciplina senza il minimo aiuto o riconoscimento da chiunque. Secondo me è un vero furto. Arrivano per incassare il jackpot senza aver perso un goccio di sudore, senza aver versato una lacrima. Senza aver messo in gioco le loro vite, come hanno fatto quelli che oggi hanno reso possibile la chiara identificazione di una comunità dell’art du déplacement, parkour e free running che tutti chiamano parkour.

Sono contrario a quello che fanno David e Charles, provare a vendere la detta comunità, e quindi la sua gente, per interessi che interessano solo loro. Ma questo si sa già.

Fa schifo.

È una vergogna di quella si ricorderanno solo i libri. Forse. E le coscienze di chi ancora ce l’ha. Ma è sorprendente solo per chi ha chiuso gli occhi sulle leggende del Parkour. È una novità per chi non ha mai passato del tempo con loro. Intendo qualche anno, non cinque minuti dove tutti noi possiamo sembrare i più fighi del mondo.

Sorriso da pubblicità, cappelli pettinati, curati e verbo rassicurante che dispensa parole dal sapore di umanesimo.  

Nonostante la mia posizione sia chiara, non combatto questi personaggi. Vado avanti con le mie “convictions”. Le condivido con chi le vuole condividere, e se devo ritrovarmi da solo non fa niente. Penso che ognuno dovrebbe fare così. Fare le cose in cui crede senza avere paura di ritrovarsi solo. Non sarà il numero a dirci di avere ragione. Soprattutto quando sappiamo quanto sia facile seguire la corrente piuttosto che andare contro, se necessario.

Lo dimostra la storia.

Le nostre “convictions” devono essere viscerali, non legate al numero di persone, all’approvazione di chi ci circonda. Sennò non sono più convinzioni, marketing al massimo.

In teoria la strategia di conquista della FIG, per quello che credo, permetterà a tutti gli altri di dimostrare quanto fanno un buon lavoro. Alla condizione di essere visibili e chiari rispetto alla propria filosofia di movimento e trasmissione.

A mio parere, non dobbiamo entrare in una guerra del peggio, sottolineare gli sbagli altrui, con il pretesto di difendere qualcosa a cui teniamo. Per quanto si può essere disgustati, delusi, meglio dedicare le proprie forze per un proprio progetto di vita.

Dobbiamo essere attenti a non entrare in un conflitto con gli atleti della ginnastica. Non sono loro a decidere gli affari d’espansionismo dell’apparato FIG. Ho fatto sempre la differenza con chi pratica parkour e chi l’ha creato. Sono i praticanti del parkour ad averlo reso degno, come lo spiego nel mio libro.

Questo bambino medicato che comunica maldestramente mi fa riflettere su quanto sia ancora tutto fragile in casa FIG. Lasciare parlare in quel modo un bambino, in un contesto attuale di doping altamente caldo… Ummm, come dire. Errore professionale?

Però, onestamente, chi non ha mai preso una crema riscaldante prima di una esibizione? Prima o dopo un allenamento? Chi si è già allenato infortunato l’ha già fatto di sicuro. L’abbiamo fatto anche noi, l’ho fatto. Chi non ha mai preso un caffè tra un allenamento e l’altro durante un workshop per risvegliarsi? Per essere subito reattivo. Ok, non è una medicina ma il meccanismo è lo stesso.

Chi non ha mai peccato, scagli la prima red bull…

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Diana Bruno