l'Art du Déplacement
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cronaca

WE ARE NOT GYMNASTICS

english text below

We are not gymnastics.

E poi?

I am not gymnastics e non sono Parkour. Non quello dei suoi fondatori, per seri problemi etici ma non solo. Non sono neanche il Parkour di chi ne ha preso il nome per convenienza e opportunismo. Non potrei consapevolmente dare le mie forze a qualcosa di sporco, come lo è la storia del Parkour. Sì sì, aumenterà in maniera esponenziale il mio numero di amici…

E non me ne frega niente.

Non sono il Parkour di chi gioca alla politica e usa il Parkour come strumento di promozione personale sotto il vestito nobile dell’insieme. Uno per tutti, tutto per me.

Non sono il Parkour di un giorno e di una notte, di un salto e di un respiro. Delle canne in mezzo all’allenamento e della taurina per quando si deve mascherare la stanchezza e dare una sferzata alle energie.

Non sono il parkour dei libri, dei professori che fanno statistiche e discorsi per ogni cosa che il corpo muove. Non sono il Parkour dei guerrieri o dei saggi innamorati della prosa e delle virgole.

Però faccio corpo con la comunità del Parkour, quello delle strade. Quello indomito che non si vende al miglior offerente. Quello che s’incazza quando si pestano i cari valori di cui tanto si parla. Sono con il Parkour che si mette di traverso ai mercenari. Sono col Parkour di chi sbaglia, cade e si rialza.

Detto questo non ho sentito nessuno parlare seriamente di un argomento: David ha inventato la parola Parkour ed ha deciso di farne quello che voleva senza chiedere niente a chi lo viveva e ne viveva. Ma era obbligato a farlo?

Certo che no. È il padre del Parkour.

Una disciplina che si è riempita di senso grazie ai suoi praticanti. Sono loro ad avere dato una consistenza che i salti e gli incitamenti senza domani non possono contenere. Quello che si chiamerebbe lo spirito della disciplina. Quello che fin da l’inizio è stato promosso dalla comunità dell’Art Du Déplacement che poi è stato condiviso con tutti, come si sa.

E come non si dice.

Almeno il senso dell’appartenenza, in assenza di educazione, avrebbe dovuto naturalmente costringere i fondatori del Parkour a consultare la propria gente. Dialogare con loro. Ma non lo hanno fatto. Forse la loro iniziativa era un messaggio per mandare a farsi fottere quelli che ne traggono profitti senza chiederne il permesso. Forse non si riconoscono in una pratica dove pullulano le acrobazie. Dove fioriscono materassi mentre si fanno più rari cemento, legno e ringhiere.

Potrebbe essere, sebbene sia poco coerente.

Forse le prospettive della vecchiaia, incerte, fanno paura e la ricerca frenetica delle certezze tolgono a loro ogni ipotetico grammo d’onestà intellettuale.

Allora se a qualcuno fa veramente schifo quello che succede perché non si distacca dalla parola Parkour? Perché non lascia ai cannibali della FIG solo le ossa e niente da mettersi sotto i denti?

Perché c’è chi è intrappolato e comunica da una vita col nome Parkour. C’è chi dopo tanti sbattimenti e sforzi si sente legittimo proprietario di un qualcosa.

Forse quello che meglio si può fare è raccontare dal vivo a chi frequenta i corsi di che cosa è fatto il loro Parkour. Essere esemplare nella parola e l’azione. Ribadire le origini della disciplina senza ripetere stupidamente quello che raccontano giornalisti pigri, nutriti dal potente internet.

Non per un giorno, ma per la vita.

P.S.: Ho offerto il mio appoggio al progetto di una federazione internazionale, Parkour Earth, che potesse riunire le tre discipline, alla condizione che avesse un nome neutro. Non è stato possibile.

We are not gymnastics.

And then?

I am not gymnastics and I am not Parkour. Not the one of its founders, for some serious ethical issue, and not just that. I am not even the Parkour whose name was taken for convenience and opportunism. I could never consciously give my strength to something as dirty as the history of Parkour. Yeah, right, my friend list would exponentially grow they say…

I could not care less.

I am not the Parkour of those who play politics and use Parkour as a tool for self-promotion under the noble coat of the group. One for all, all for me.

I am not the Parkour of one day and one night, of a jump and a breath. The one of the joint mid-training and the taurine to mask the exhaustion giving a blast to the energy. I am not the Parkour of books, of teachers who make statistics and give speeches about each small move of the body.

I am not the Parkour of the warriors or the wise men in love with prose and commas.

However, I am one with the community of Parkour, the one in the street. The brave one, not sold to the highest bidder. The one who gets pissed when its dear values which are so much spoken about are stepped on. I am with the Parkour that stands against the mercenaries. I am with the Parkour of those who fail, fall, but get back up.

That being said, I don’t recall hearing somebody talking seriously about it: David invented the word “Parkour” and decided to do whatever he wanted with it without asking anything to the ones who experienced parkour and craved for it. Did he have to do it?

Of course not. He is the father of Parkour.

The sense of belonging alone, in absence of education, should have naturally forced the founders of Parkour to consult their own people. Starting a conversation with them. But they didn’t. Maybe, their initiative was a way to screw the ones making bank without asking permission. Maybe, they don’t recognize themselves in a discipline swarming with stunts and acrobatics, where mattress flourish while concrete, wood and rails perish.

It could be, even if less coherent.

Maybe, the uncertain prospects of old age are frightening, and the hectic search for certainty deprive them of any hypothetical gram of intellectual honesty.

So, if someone really hates what’s going on, why don’t they take distance from the word “Parkour”? Why don’t they let the cannibal from FIG only the bones and no meat to starve at?

Because there’s someone who is trapped and has been communicating for a life in name of Parkour. There’s someone who, after so much effort and troubles, feels the rightful owner of something.

Maybe, the best thing to do is telling the attenders of the courses what is their Parkour made out of. Being an example through words and action. Stressing the origins of the discipline without stupidly repeating what lousy journalists tell us, empowered by the might of the internet.

Not for a day, but for life.

P.S.: I offered my help to the project of an international federation, Parkour Earth, in order to reunite all three disciplines as long as it would use a neutral name. It was not possible.

thanks to Amaru Alarcon for the translation

Diana Bruno