l'Art du Déplacement
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cronaca

NON HO ALLIEVI

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Non ho allevi, non sono I MIEI allevi. Odio la connotazione di proprietà che suona dentro.
Innanzitutto sono I miei amici, piccoli fratelli o piccole sorelle di un’altra madre. 
Allo stesso modo in cui non sono un maestro. Come si sa, non considero nessuno come tale in questa disciplina. 
Difficile trovare un nome giusto.
Io l'ho trovato.

Ci sono quelli che insegnano, e non mi sono simpatici perché la maggior parte di loro cercano, attraverso un titolo, una nobiltà che risiede nella parola e poco nell’azione. 
Arrivano anche gli scienziati che, con statistiche e numeri, mettono una museruola all'istinto. Un guinzaglio. 
(...)
Non ho allevi ed è importante perché non mi appartengono. Sembra così evidente. 
Non sono miei allevi perché i loro salti non sono miei. Le loro vittorie non sono mie. Sono loro e basta. La decisione di guardare oltre è loro.
(...)
So dove è il mio merito. Conosco la mia parte di lavoro. Io do delle chiavi, chi le ha in mano apre quello che vuole. E devo darne il più possibile. 
Credo davvero che se un coach, un insegnante, un allenatore, un professore, un trasmettitore.... non si mette indietro al momento di una vittoria di un praticante ne rovina i benefici.
(...)
Una parte del mio lavoro è di valorizzare le qualità delle persone. Svegliare, stimolare il potenziale addormentato, farlo crescere. 
Far crescere il potenziale vuol dire far crescere le persone. 
Vuol dire dare o rinforzare una coscienza delle proprie capacità. 
Questa coscienza ci dà una sicurezza, una confidenza che gli scherzi della vita ci possono far perdere. 
Possiamo dubitare ovviamente. Rimettersi in gioco ci preserva da tante cose.

Però non possiamo dubitare delle nostre capacità nonostante non siamo sempre in grado di esprimerle. 
Perché non siamo robot, non siamo infallibili. 
Ci capita di avere momenti di debolezza.
Che non vuol dire essere debole. Essere cosciente delle proprie debolezze è una forza. 
(...)

Da “Lettres à un petit frère”, trasmissione.

L.P.

 

English version

I don’t have students, they are not MY students. I hate the property connotation that echoes in it
First of all they are my friends, little brothers or little sisters of another mother.
In the same way I’m not a master. It’s well known I don’t consider anyone like that in this discipline.
Difficult to find the right name.
I found it.
There are those who teach and I don’t like them because most of them look for, through a title, a nobility that lie in the word…less in the action.
There are also the scientist ones that, with statistics and numbers, muzzle the instinct. They keep it on a tight rein.
(...)
I don’t have students and it is important because they don’t belong to me. It seems so obvious.
They are not my student because their jumps are not mine. Their victories are not mine. They are just their own. It’s their own the decision to look beyond.
(...)
I know where is my merit. I know the part of my work. I give the keys, those who have them open what they want. And I have to give as much as possible.
I truly believe that if a coach, a teacher, a trainer, a professor, a “transmitter” .... don’t step back at the time of a victory of a practitioner, it will spoil that conquest benefits.
(...)
Part of my job is to give value to the quality of the people. Awaken, stimulate the asleep potential, make it grow.
Make the potential grow means to make grow the person.
It means to give or reinforce the awareness of their own capacity.
This awareness gives us a certainty, a self-confidence, that Life jokes can take away from us.
We can of course have doubts, calling ourself into question preserves us from many things.
But we cannot have doubts of our capabilities despite not always we are able to express them.
Because we are not robots, we are not infallible.
It happens to have moments of weakness.
It doesn’t mean to be weak. Being conscious of our own weaknesses is a force.
(...)
From “Lettres à un petit frère”, transmission.

L.P.

Diana Bruno